TERAMO – Ieri ho vissuto una giornata che, più che raccontarla, mi porto ancora addosso nei profumi, nei sapori e in quella sensazione rara di aver visto la cucina diventare davvero linguaggio comune. Ho avuto l’onore di condurre la prima kermesse dedicata alle Virtù teramane, il piatto simbolo assoluto di Teramo, dentro un evento che ha superato ogni idea di competizione per diventare qualcosa di molto più profondo: un racconto collettivo.
E lo dico subito, senza giri di parole: sedersi a tavola e assaggiare sette interpretazioni diverse delle Virtù in un unico percorso non è una cosa scontata… è un’emozione unica! Perché ogni assaggio non era solo un piatto, ma una visione diversa della stessa identità.
Le Virtù non sono una ricetta. Sono un rito che ogni primo maggio si rinnova come un passaggio simbolico tra inverno e primavera, tra fine e rinascita. Una zuppa complessa, stratificata, costruita su decine di ingredienti che cambiano da famiglia a famiglia, da casa a casa. E questa è la verità più importante: a Teramo non esiste una versione unica. Esistono infinite interpretazioni. E ieri lo abbiamo visto chiaramente.
Il cuore dell’evento è stato il pranzo, e qui ogni piatto ha raccontato una storia precisa, con una personalità ben definita.

Ho iniziato con le interpretazioni legate al mare, partendo dalle Virtù di mare de La Granseola di Teramo: una costruzione potente ma allo stesso tempo avvolgente, dove la materia ittica diventa protagonista assoluta. La zuppa è ricca, stratificata, quasi cremosa nella sua profondità marina, e trova un equilibrio molto interessante con il Pecorino Cortalto della cantina Cerulli Spinozzi. Qui l’abbinamento funziona perché il vino non sovrasta mai: entra in punta di piedi, pulisce la sapidità del mare e ne allunga la persistenza.

Subito dopo è arrivata la versione dello chef Alessandro De Antoniis, una delle più originali della giornata: una Virtù di mare più verticale, giocata su note erbacee, vegetali e speziate, quasi a voler spostare il piatto verso una dimensione più contemporanea. In questo caso il Pecorino della cantina Vinum Hadrianum ha fatto un lavoro fondamentale: strutturato e più complesso aromaticamente, ha sostenuto la parte speziata del piatto senza perdere freschezza. Un abbinamento molto tecnico, costruito sulla tensione più che sulla morbidezza.
Il viaggio è continuato con cinque interpretazioni tradizionali profondamente diverse tra loro.

Da Ebrius, lo chef Tommaso Melzi ha portato una Virtù più ragionata, meno immediata rispetto alla tradizione più popolare, ma estremamente elegante nella costruzione. Il piatto è più pulito, più lineare, con una lettura quasi contemporanea degli ingredienti. L’abbinamento con il Cerasuolo della cantina Ausonia di Atri ha giocato sulla freschezza e sull’acidità, sostenendo bene la struttura senza appesantirla.

Poi è arrivata la proposta del Ristorante Zenobi, firmata da Patrizia Corradetti: qui siamo su un altro piano narrativo. Le Virtù sono profonde, stratificate, costruite su un lavoro di memoria e tecnica che si sente chiaramente al palato. Non sono immediate, ma arrivano in progressione, strato dopo strato. Il Cerasuolo della cantina Strappelli di Torano Nuovo ha accompagnato il piatto con grande equilibrio, grazie a una freschezza pulita e a una morbidezza che ha armonizzato le diverse componenti senza coprirle.

Uno dei momenti più intensi della giornata è stato quello de La Cantina di Porta Romana, dove Marcello Schillaci ha presentato una versione delle Virtù profondamente legata alla memoria della città, nella sua forma più classica e “dentro le mura”. La sua testimonianza, alla vigilia della chiusura del locale, ha dato al piatto un forte valore simbolico, segnando di fatto la fine di un’epoca.
A rendere l’esperienza ancora più interessante è stato l’abbinamento con un cocktail pensato per dialogare con la struttura del piatto. Una scelta fuori dagli schemi che ho apprezzato: il drink ha saputo pulire il palato, alleggerire la componente più ricca e rendere l’assaggio più moderno e dinamico, senza snaturare la tradizione.

Molto interessante anche la proposta del Ristorante Tre Archi con lo chef Cristiano Iannetti: una Virtù costruita con grande rispetto della materia prima, solida, concreta, con una mano giovane ma già consapevole. Qui la tradizione è trattata con precisione, senza forzature, ma con un filo emotivo fortissimo che arriva diretto dalle origini familiari.
In questo percorso emerge con forza la figura della nonna Mirna, storica presenza della ristorazione teramana e autentica custode delle Virtù tradizionali. Un riferimento fondamentale, che ha segnato un’epoca e che oggi rivive nel lavoro del giovane chef: un’eredità importante, che si percepisce chiaramente nel piatto e che viene rielaborata con orgoglio, senza snaturare l’anima originaria.
L’abbinamento con la birra IPA della Casa di Cura di Senarica è stato sperimentale e divisivo. Personalmente l’ho apprezzato, pur riconoscendo margini di miglioramento: una componente amaricante più incisiva avrebbe probabilmente bilanciato meglio la struttura del piatto. Resta comunque un esperimento interessante, che mostra come in questa fase di ricerca anche ingredienti eccellenti possano non trovare subito un’armonia perfetta, ma aprire invece nuove strade di confronto e crescita.
Il piatto si è presentato solido e autentico, una realizzazione davvero convincente, costruita con ingredienti ben scelti e trattati con mano sicura, capace di esprimere una cucina di grande classe pur mantenendo un legame diretto con la tradizione. Sono davvero felice che sia tornato in provincia un giovane chef di questo livello: una presenza che fa bene al territorio e che lascia intravedere un futuro interessante per la ristorazione locale.

La chiusura affidata a Rosita D’Antonio, simbolo della cucina teramana è stata invece quasi un ritorno alle origini: una Virtù elegante, costruita con pasta tirata a mano e una delicatezza che ha riportato tutto a una dimensione più intima. Il Cerasuolo d’Abruzzo della cantina Faraone ha accompagnato abbastanza bene questa impostazione, anche se una virtù più carica avrebbe reso il matrimonio perfetto, ideale per un finale più riflessivo.

Se dovessi sintetizzare tutto, direi che ieri non abbiamo assistito a una gara, ma a una narrazione collettiva.
Ogni piatto era una voce diversa della stessa storia. Ogni abbinamento un tentativo — più o meno riuscito, ma sempre sincero — di trovare un equilibrio tra cucina e vino, tra tradizione e interpretazione.
E soprattutto, ho avuto una conferma che mi porto dietro con forza: le Virtù teramane non sono mai una sola, ma la somma di tutte le mani che le preparano.
E avere la possibilità di assaggiarne sette versioni in un unico percorso non è solo un privilegio gastronomico. È un’esperienza culturale. Quasi un viaggio dentro l’identità di un territorio.
Teramo, ieri, non si è raccontata. Si è fatta assaggiare.
